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Un libro per pensare: la memoria rende liberi

di Chiara Lavalle

“La memoria rende liberi” è, di per sé, una frase già ricca di significato. Ma se poi diventa anche il titolo di un libro che racconta, dalla voce di un testimone diretto, le brutture della II Guerra Mondiale e in modo particolare il destino di milioni di ebrei, quella frase diventa simbolica e principio umano che tutti dovremmo tenere a mente.

Liliana Segre, in questo libro di poco più di 200 pagine, è voce narrante e protagonista allo stesso tempo. Racconta di lei bambina, fino ad arrivare ad oggi: dall’infanzia felice alla deportazione, fino al matrimonio e ai discorsi in Senato da senatrice a vita, per l’istituzione di una commissione contro tutte le forme di razzismo, discriminazione e odio.

Un libro che racchiude in sé tanti sentimenti: la disperazione, la tristezza, la paura, talvolta anche la rabbia per quel destino crudele che ha condannato lei, la sua famiglia e i suoi amici per il solo fatto di essere nati ebrei. Ma quello che stupisce e che caratterizza tutti i momenti della sua vita è la lucidità. Una lucidità che non le ha permesso mai di anestetizzare o sminuire i momenti più terribili.

Si legge in fretta, le pagine scorrono veloci, un libro dal contenuto difficile, ma scritto con disarmante semplicità. Una storia cruda, vera, che non lascia spazio alle interpretazioni. Sono fatti narrati direttamente da chi li ha vissuti e ne porta ancora il marchio sulla propria pelle. Si resta in silenzio alla fine, come estremo segno di rispetto per chi ha subito atrocità inenarrabili, e che, però, sta ancora qui a ricordarci che “la memoria rende liberi”. Un libro che ci insegna a non essere indifferenti. Triste, ma anche bello ed estremamente umano.

Liliana nasce nel 1930 e dopo pochi mesi perde la mamma, va a vivere con il padre dai nonni paterni e uno zio che inizialmente, addirittura, si lascia affascinare dal fascismo. Trascorre un’infanzia fatta di scuola, amiche, vacanze estive, in una Milano che ancora era lontana dalla distruzione. Il padre ha raffigurato per lei protezione e amore: troppo responsabile per scappare prima del tempo e abbandonare i propri genitori anziani, troppo onesto, forse debole – dice in alcuni passi Liliana – per tentare una fuga dalla prigione o imbarcarsi per l’America con documenti falsi. Un uomo che, a partire dal 1938, ha iniziato a nutrire un senso di colpa costante nei confronti della figlia, fino ad arrivare a chiederle scusa per averla messa al mondo. Dopo la cattura e la prigionia a San Vittore, arriveranno ad Auschwitz insieme, ma qui verranno separati e il padre non uscirà mai da quel campo di concentramento. Soltanto anni dopo, dopo la Liberazione, Liliana scoprirà della morte del padre e anche dei nonni, deportati e uccisi, nonostante anziani e malati.

I fatti storici si legano indissolubilmente alla crescita di questa bambina, costretta a diventare adulta suo malgrado, conoscendo brutture e violenze inaudite: il tatuaggio sul braccio (numero 75190), che mai ha voluto ricoprire, perché – spiega – non è lei a doversi nascondere o vergognare di quello che le è stato fatto, i capelli rasati, le compagne che perde una dopo l’altra, i lavori forzati, i cadaveri accatastati, le fucilazioni. Tutto ciò, dice, faceva parte del piano tedesco della “disumanizzazione”: passo dopo passo i razzisti stavano riducendo i loro prigionieri come delle bestie, in attesa solo del cibo, affamati, pronti a tutto pur di mangiare qualcosa. E così erano loro: delle bestie senza più nessuna dignità. E quell’abbrutimento, senza volerlo lo ha subito anche Liliana, e lo descrive così: “la mia vigliaccheria, il mio non voler vedere, il mio non voler soffrire né tollerare ulteriori distacchi cos’altro erano se non un inaridimento? L’istinto di sopravvivenza che stava in parte all’origine di quelle forme di disumanizzazione era inestricabilmente legato all’inaridimento. Al non voler pensare, all’avere ‘la testa vuota’.”

Il suo giudizio nei confronti della Storia è feroce: nessuna giustificazione per quelle violenze inaudite, per quel progetto disumano, per quel programma di pulizia etnica. Nessun perdono per chi è stato complice, per chi non ha voluto vedere o per chi, pur di salvarsi, si è alleato. E per gli “indifferenti”: i peggiori per lei, ben più dei carnefici, perché hanno scelto volontariamente e consapevolmente di girarsi dall’altra parte e di non vedere ciò che stava accadendo.

Ma poi la libertà arriva. Arriva quando ha avuto l’occasione di vendicarsi: in un momento, durante la marcia della morte – successiva al 25 Aprile e che, dopo tante peripezie, la porterà finalmente a casa – avrebbe potuto prendere una pistola e sparare, ma non lo ha fatto. E lì è diventata davvero libera: ha capito di non essere come loro, e mai lo sarebbe stata. E di avere un’altra umanità, che oggi si manifesta con il rispetto e l’attenzione verso i più deboli, la solidarietà nei confronti di chi è ancora schiavo, prigioniero, discriminato. E le resta il frutto più bello dell’innocenza, nonostante tutto: lo stupore, “lo stupore per il male altrui”, come diceva Primo Levi.

Alla fine Liliana torna a casa, anche se ha perso tutti. Ricomincia a studiare, ma per anni non parlerà mai di quello che ha vissuto: non vuole compassione, molti non capirebbero, altri hanno vissuto lo stesso destino e non vogliono riaprire le ferite. Liliana cresce, incontra suo marito, hanno tre figli, lavora e vive una vita agiata. Ma quelle cicatrici, quelle sofferenze, le immagini di quel periodo rimangono impresse e riaffiorano negli anni. A un certo punto, si sente costretta a guardare di nuovo quei fatti che per anni ha accantonato, non ha voluto vedere. E capisce che deve dare un senso a quella esperienza: lei, che non si sente affatto un’eroina ma una sopravvissuta “per caso”, ha il dovere di informare, di raccontare, di trasmettere. E lo fa, soprattutto nelle scuole, diventando la nonna di quella bambina deportata, cercando di distaccarsi dalla sua stessa storia per non rivivere, ogni volta, quel dolore dal vivo, e, allo stesso tempo, diventa anche nonna di molti studenti, ai quali insegna che “La memoria rende liberi.”

(Una rubrica di Francesco e Grazia)