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Se il terrorismo diventa psicosi [Viaggio tra gli umani di CHIARA LAVALLE]

di Chiara Lavalle

Ci risiamo. Di nuovo Londra. Dopo Nizza e Wurzburg la scorsa estate, Berlino a Dicembre, Istanbul a Gennaio, Manchester e l’Egitto pochi giorni fa. Solo per citarne alcune, perché diventa sempre più lungo l’elenco e sempre più difficile ricordare a memoria tutte le città colpite dagli attentati terroristici in questi ultimi mesi.

Colpiscono chiunque, ovunque e in ogni modo. A Nizza è bastato un tir lanciato ad alta velocità sulla folla per compiere una strage. A Wurzburg un ragazzo armato di ascia su un treno per uccidere 5 persone. I coltelli, le macchine, i suv: oggetti che fanno parte della nostra vita quotidiana che diventano, in un attimo, armi di guerra, mezzi di distruzioni di massa, usati in modo improprio da chi vuole diffondere violenza e terrore e farci capire che ogni momento, ogni luogo, ogni cosa può trasformarsi.

Dal Bataclan del Novembre 2015 il panico si è diffuso a macchia d’olio, soprattutto in Europa. Gli attentati successivi non hanno fatto altro che rafforzare questo stato d’animo. Manchester: altro concerto pieno di ragazzi e bambini, andati lì per divertirsi, collezionare ricordi e trascorrere una serata con il loro idolo. Concerto, poi, trasformato in scenario di morte e distruzione. Londra stesso intento: L’ISIS vuole impedirci di trascorrere il nostro tempo libero come meglio vogliamo. Vuole colpire la nostra cultura, il nostro modo di divertirci, vuole distruggere il nostro stile di vita.

E ci sta riuscendo, piano piano. Ogni volta che rinunciamo a un viaggio per paura di un attentato, ogni volta che preferiamo rimanere a casa anziché andare a sentire un concerto, ogni volta che identifichiamo gli attentatori con tutti i musulmani o gli stranieri che popolano le nostre città: ogni volta che facciamo qualcosa di simile, loro esultano, perché hanno già vinto.

All’indomani di ogni attentato, è sempre più frequente sentir parlare persone comuni che pensano di avere la soluzione in tasca: chiudiamo le frontiere, andiamo lì e bombardiamo. Queste sono le espressioni più comuni. Ma l’obiettivo di questi uomini è proprio quello si spaventarci, di farci chiudere in noi stessi e nelle nostre convinzioni, di farci confondere i violenti con i non violenti. Il terrore, ormai, è diffuso: basti pensare a cosa è successo contemporaneamente in piazza San Carlo a Torino. Un rumore forte, un boato, qualcuno urla “una bomba!” e le persone in piazza iniziano a scappare: centinaia di feriti per la calca, un bambino calpestato dalla folla impazzita ricoverato con trauma cranico e toracico.

Ci sono riusciti: è psicosi. Sono riusciti a penetrare nelle nostre teste. Parliamo sempre meno degli attentati, non cambiamo più neppure le immagini dei nostri profili social, non scriviamo più “Je suis Charlie” o “Pray for Paris”, perché ormai ci siamo abituati alle notizie, alle modalità sempre diverse ma uguali nello scopo. Ci siamo convinti che aiutare gli immigrati significhi crescere il nemico in casa. Siamo sicuri che la risposta sia fare come loro: distruggere, bombardare, diventare brutali.

Anziché combatterli, ci siamo arresi poco la volta alla loro tattica. Con le nostre convinzioni, le nostre paure, i nostri sospetti. Hanno già vinto, perché abbiamo finito di sperare che un mondo senza odio sia possibile. Abbiamo smesso di credere che le stragi possano essere episodi isolati. Abbiamo concesso loro la libertà sulle nostre vite: oggi è l’ISIS che decide a quale concerto possiamo andare o quale sabato sera possiamo vivere.

Dovremmo risvegliarci, invece. Toglierci dagli occhi il fumo delle bombe, la polvere di ciò che salta in aria e viene distrutto, la nebbia che confonde le nostre idee e ricominciare a vedere il mondo da un altro punto di vista: dai luoghi più belli, dalle persone migliori. Guardarlo attraverso la cultura e la democrazia che ci contraddistinguono. E continuare ad essere diversi da loro, superiori.

Provare a rispondergli con la parte più buona della nostra umanità.