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L’umorismo pirandelliano della Pazza Gioia – Viaggio tra gli umani di Chiara Lavalle

di CHIARA LAVALLE

Qualche sera fa ho visto, al cinema, “La pazza gioia”, l’ultimo film di Paolo Virzì. Dal titolo potrebbe sembrare un film comico, allegro, esilarante. Ma non è nulla di tutto questo, anzi. E’ un film drammatico, che alterna scene più leggere con altre dal forte impatto emotivo, ma non fa ridere. Forse, in alcuni momenti, fa sorridere, ma, soprattutto, fa pensare. Un po’ secondo la formula dell’umorismo pirandelliano: attraverso qualche scena più divertente, spinge lo spettatore a riflettere su quello che si nasconde dietro.

Il film è ambientato in una comunità di recupero per donne affette da malattia mentale e ritenute socialmente pericolose. In questa comunità si incontrano due donne: Beatrice e Donatella. La prima, interpretata dall’attrice Valeria Bruni Tedeschi, proviene da una famiglia ricca e borghese, ma ha sperperato tutto il suo patrimonio e, addirittura, è stata condannata per molestie e bancarotta fraudolenta. La seconda, invece, interpretata da Micaela Ramazzotti, è una donna che ha tentato il suicidio insieme al suo piccolo bambino di pochi mesi, perché depressa. Diventano amiche: nel loro disagio e nella loro pazzia, si capiscono, a modo loro si vogliono bene, trovano il modo di andare d’accordo. Un pomeriggio, dopo aver lavorato in un vivaio, il pulmino che le deve riportare in comunità non arriva. Beatrice cerca di convincere le altre a prendere un pullman che passa per quella strada, ma la segue solo Donatella. Arrivano in città, e da lì iniziano ad assaporare la libertà. Hanno ricevuto la paga settimanale: Beatrice spende tutti i soldi in shopping; Donatella, invece, cerca di conservarli. Si perdono, si ritrovano. Donatella viene recuperata e messa, questa volta, in un ospedale psichiatrico giudiziario. Grazie a Beatrice riesce ad uscire e insieme scoprono da chi è stato adottato il bambino di Donatella e dove si trova. Non riescono, però, a vederlo: i genitori adottivi non glielo permettono. Si perdono ancora: Beatrice viene trovata e messa in comunità; Donatella, invece, passa l’ultima notte sulla spiaggia e l’indomani incontra, per caso, quel bambino che tanto aveva cercato di vedere. Parlano: per lui quella donna è una sconosciuta, per lei quel bambino è suo figlio. I genitori li osservano da lontano, non intervengono. Donatella ha il cuore in pace ora, può tornare in comunità, può curarsi. Lo promette a quel figlio che aveva provato ad uccidere, buttandosi da un ponte con lui tra le braccia. Ora sa di avere una ragione valida per curarsi, per vivere, per guarire. Lo deve a lei, ma lo deve soprattutto a quel bambino. Era disperata quando ha commesso quel gesto: quel figlio era capitato, era un errore, il padre non lo voleva, non lo accettava, aveva già un’altra famiglia. Lei si sentiva sola, debole, senza speranza. Non voleva la sua stessa difficile vita per quel bambino. Avrebbe preferito vederlo morto, piuttosto che crescere nella sofferenza, nel dolore, nelle difficoltà. Era disperata e sola.

Non so se tecnicamente si possa definire un film ben fatto o meritevole, so, però, che rappresenta con coraggio e senza troppo buonismo una realtà che, troppo spesso, viene ignorata, messa da parte, nascoste. Descrive il dramma delle persone che sono nate con problemi o, come Donatella, hanno avuto una vita talmente difficile da assaporare la disperazione più profonda, da arrivare a toccare il fondo e non avere la forza per risalire, fino a preferire la morte – propria e del proprio figlio – anziché affrontare la vita e trovare un modo per uscirne. Parla di quanti danni possa fare la disperazione non condivisa, di tutte quelle persone che sono sole nell’affrontare la quotidianità, la sofferenza e le difficoltà che possono insorgere giorno dopo giorno. Di quanto possa sembrare brutta la vita quando non si hanno persone alle quali affidarsi, sulle quali poter contare e con le quali condividere i dolori, i problemi, ma anche, e soprattutto, le gioie, come quelle di un figlio nato e accolto nonostante tutto, e che si ama a tal punto da non riuscire a superare il fatto di non vederlo accettato dal proprio padre.

Da un certo punto di vista è un film senza filtri, e per questo utile. Perché narra di una metamorfosi e di come, a volte, purtroppo, serva passare attraverso l’inferno per trovare dentro di sé le motivazioni, la forza, l’entusiasmo, la voglia e l’energia per risorgere. A Donatella è “bastato” lo sguardo di quel bambino sopravvissuto per capire che la vita può offrire seconde possibilità, soluzioni, nuove occasioni. E l’amicizia con Beatrice, anche se bizzarra, “pazza”, un po’ frenetica, le ha fatto capire che non bisogna rassegnarsi all’idea di essere soli: le persone si incontrano, senza sapere quando, dove o perché, e tra loro possono nascere rapporti forti, importanti, che possono – letteralmente – cambiare la propria vita.

Il film lascia addosso delle emozioni forti: la scena più drammatica e triste, quella in cui Donatella si getta nel fiume con il figlio tra le braccia, commuove, fa venire i brividi e le lacrime. Tante.

Fa piangere infatti, questo film, ma fa anche conoscere una realtà di cui si parla troppo poco, riflettere sulla propria vita, sulle persone che abbiamo vicino e su ciò che possiamo fare per loro quando sono in difficoltà, e fa anche sperare e immaginare che, alla fine, tutti possiamo trovare e provare un po’ di gioia, anche se “pazza” e anche se oggi ci sembra ancora troppo lontana.