Home Viaggio tra gli Umani di Chiara Lavalle Il diritto di scegliere come vivere (e morire) e l’ultimo gesto d’amore

Il diritto di scegliere come vivere (e morire) e l’ultimo gesto d’amore

di Chiara Lavalle

“Dj Fabo è morto”.

Lo abbiamo letto ovunque all’inizio della scorsa settimana: sui giornali, in tv, sui social. Dj Fabo, Fabiano Antoniani, dopo numerosi appelli – inascoltati – alle istituzioni per far sì che il parlamento prendesse una decisione sulla questione fine vita, alla fine è partito per la Svizzera, dove l’eutanasia è una pratica legale. Non è il primo e non sarà nemmeno l’ultimo, visto il disinteresse del parlamento italiano nei confronti di questo tema tanto discusso e divisivo. Era già successo altre volte che un malato terminale trasformasse la propria richiesta in una vera e propria battaglia civile. Mi ricordo del caso Eluana Englaro, era il 2009 e i tg per settimane non hanno parlato d’altro: da una parte il padre, costretto ad intraprendere una sofferta e lunga battaglia legale per mettere in pratica le intenzioni che la figlia aveva espresso quando ancora era in vita, dall’altra i politici – i protagonisti peggiori della vicenda – che ebbero il coraggio di definire quel padre già straziato dal dolore un assassino, accusandolo di voler mettere fine alla vita di una ragazza giovane, che avrebbe avuto ancora tutta la vita davanti anche se i medici ne avevano già dichiarato, da tempo, la morte cerebrale, e rimaneva in vita solo grazie all’ausilio di macchine e respiratore. Alla fine, Eluana è morta per disidratazione – sofferenza aggiunta a sofferenza -, dopo che il tribunale autorizzò la sospensione della nutrizione artificiale. Era già successo, nel 2006, con Piergiorgio Welby. Anche le sue richieste di cessare l’accanimento terapeutico, nonostante fosse un attivista ed esponente dell’associazione Luca Coscioni e molto vicino al Partito Radicale, sono state del tutto ignorate a livello istituzionale. Morì aiutato da un anestesista, in seguito indagato e assolto per omicidio. Il Vaticano gli negò anche il funerale religioso.

Questi sono solo i casi più conosciuti, perché oggetto di una vera e propria campagna mediatica. Ma, ogni giorno, in Italia, ci sono malati che vorrebbero mettere fine alla propria vita di privazioni, dolori e sofferenze, ma non possono farlo perché non c’è una legge che permetta loro di decidere del proprio corpo, o, se possono, sono costretti a partire per altre nazioni dove tutto ciò è possibile.

Ho visto di recente un film “Io prima di te” e ho letto il libro “L’ultimo gesto di amore”, intervista del giornalista Pino Giannini a Mina Welby, moglie di Piergiorgio. Entrambi affrontano il tema dell’eutanasia, quasi paradossalmente, parlandone con estrema delicatezza e dolcezza. Storie d’amore dall’epilogo drammatico: uomini malati da tempo, non in grado più di vivere pienamente una vita degna di essere chiamata tale, che decidono di mettere fine a quel corpo privato di ogni funzione. E le donne, che li accompagnano e li sostengono, con sofferenza ed estremo altruismo, nella loro battaglia e nella loro decisione finale. Potrebbero arrabbiarsi, abbandonare i loro uomini al loro crudele destino, lasciarli soli in quella decisione che potrebbe sembrare egoistica, eppure non lo fanno, anzi: amano a tal punto quegli uomini, che decidono di aiutarli a realizzare quel loro desiderio. In Mina è evidente: l’amore per Piergiorgio è grande, profondo, intenso, vorrebbe averlo con sé per sempre, ma capisce che suo marito non può più vivere in quello stato, non è più lui, la sua malattia lo sta privando, giorno dopo giorno, della sua stessa vita. La scelta non riguarda solo lui, ma anche lei. È difficile scegliere di dire addio all’Amore della propria vita, all’uomo che per decenni ha condiviso con lei ogni attimo, ma è proprio in nome di quell’Amore che deve sostenere la scelta di Piergiorgio. Non è facile, lo deve a lui e alla sacralità stessa della vita, in cui lei crede da cattolica. Ma quella non è vita: non poter camminare, avere dei rapporti umani, poter parlare o anche baciare la propria donna, essere costretti in un letto e vivere solo grazie ad un respiratore, tutto questo è sopravvivenza.  Lo diceva Piergiorgio, lo ha sostenuto fino all’ultimo anche dj Fabo, giovane e amante della vita quanto Eluana.

Non mi meraviglio che i politici non abbiano ancora affrontato la questione, dopo tutti i casi e le esplicite richieste che ci sono stati. Mi stupisco, però, di tutte le persone che giudicano con leggerezza e senza avere reale contezza di ciò che sentono e provano i malati terminali o affetti da malattie degenerative: è brutto dirlo, ma per capire davvero, forse, si dovrebbe vivere una situazione di questo tipo o quantomeno provare a mettersi nei panni di quelle persone. Dall’esterno, non sembra molto gratificante vivere in un corpo che equivale ad una prigione, che non riesce a fare ciò che vorrebbero il cuore e la testa, che costringe a rimanere inerme rispetto al tempo che scorre.

Io, forse, su di me non prenderei mai una decisione di questo tipo, e mi costerebbe rispettare quella di un mio familiare: preferirei avere sempre qualche giorno in più per toccarlo, accarezzarlo, parlargli, avere un corpo a cui rivolgermi, anche se attaccato alle macchine. Ma attualmente non posso sapere cosa farei, non essendoci –  per fortuna – mai passata.

Ma, in un Paese civile e democratico quale dovrebbe essere l’Italia, non conta quello che faremmo noi sui nostri corpi, conta che possiamo avere la libertà e la possibilità di scegliere che cosa fare.

“Non c’era più nulla che potessi inventarmi, continuavo a collegarlo con i siti più diversi perché speravo che, così, rimanesse attaccato alla vita…io lo volevo attaccare alla vita a tutti i costi! Ho veramente esercitato un accanimento terapeutico, ma il mio era un accanimento terapeutico d’amore. Anche se può sembrare un controsenso perché l’amore non si accanisce, nel nostro caso è stato così.

L’ultima settimana, gli ho detto, in lacrime: “Piero, non ho più nulla da inventarmi…”

“Non c’è più niente da inventare, abbiamo avuto tutto dalla vita e adesso dobbiamo capire che è finita”. Queste sono state le sue ultime parole.

(Mina Welby – L’ultimo gesto di amore)