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Fertility day/Chiara Lavalle: la campagna che ha fatto arrabbiare tutte, aspiranti madri e non

di Chiara LAVALLE

L’altra sera, su Rai1, è andata in onda una puntata di “Petrolio”, programma settimanale d’inchiesta, sulla maternità, ispirata dal recente Fertility day, promosso dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Molti i temi trattati e i confronti con altri Paesi europei.

Secondo le ricerche, per esempio, in Francia, annualmente, nascono il doppio dei bambini che nascono in Italia e il Paese destina il 5% del PIL alle famiglie e, a partire dal secondo figlio, ognuna di esse gode di un bonus annuale di 7000 €.

Solo per rimanere nelle cifre, si stima che in Italia ogni bambino costi 8500 € l’anno, per un totale di 170 mila euro, se si considera che ogni figlio rimane a carico dei genitori almeno per circa 20 anni. Mentre in Italia ogni nuovo nato si porta sulle spalle il 120% del debito pubblico, in Finlandia lo Stato dona ad ogni neonato una scatola piena di vestitini, pannolini, bavaglini. Anche la Danimarca, oggi considerato il Paese più felice del mondo, negli ultimi anni ha subìto un calo demografico. Il Paese, essendo popolato da circa 5 milioni di persone, rischiava l’estinzione. Addirittura, per correre ai ripari e far ripartire le nascite, sono state promosse campagne e istituite delle vere e proprie agenzie della natalità, che incentivano le coppie a partire per le vacanze organizzando dei veri e propri viaggi d’amore. E, ovviamente, chi torna in tre riceve un bonus economico.

A fronte di tutte le realtà esistenti appena fuori dall’Italia, perché qui una donna dovrebbe decidere di avere un figlio?

Quello che più mi ha sconvolto, al di là della campagna in sé, non è stato soltanto il modo in cui è stata condotta, gli slogan in modo particolare, ma, soprattutto, che ad architettare e promuovere tutto questo fosse stata proprio una donna.

Ignorando del tutto non solo le problematiche concrete che compromettono la realizzazione di un desiderio che quasi tutte le donne sentono, quello appunto di diventare madri, ma passando sopra anche a tutte quelle donne, in difficoltà, che stanno provando ad avere figli, o a quelle che ad ogni tentativo di inseminazione non riuscito, decidono di riprovarci e di lottare ancora, anche se in Italia queste pratiche costano e al sud sono a carico dei pazienti per circa l’80-90% della spesa totale.

O a tutte quelle donne che vorrebbero fare figli da giovani, ma non ne hanno la possibilità perché non hanno un lavoro stabile o sicuro, a tutte quelle donne che per realizzarsi professionalmente devono rinunciare ad avere figli perché le due cose in Italia sono pressoché impossibili da portare avanti, o a tutte quelle donne che per rimandare e costruire un futuro più stabile e certo per i propri figli, si ritrovano pronte ad averne ma fuori tempo massimo per quanto riguarda l’orologio biologico.

Viene da chiedersi se il ministro Lorenzin sia davvero a conoscenza di tutte queste realtà, e della difficoltà che le donne italiane hanno di accedere ai centri di fecondazione assistita e dei costi che certe cure comportano. Viene da chiedersi anche se il ministro anziché incentivare le nascite con queste giornate inutili avesse potuto fare altro.

Certo, forse non compete a lei, ma eventualmente a un ministro del welfare, pensare di rendere più facile la vita delle madri o delle giovani donne costrette ancora a scegliere tra figli e carriera.

Di certo, però, quella campagna così strutturata e promossa, non solo non ha raggiunto l’obiettivo desiderato ma, a parer mio, per molte donne è stata anche crudele e offensiva.

Per quelle che convivono con il senso di colpa per non essere riuscite a dare un fratellino al primo figlio, per quelle che stanno lottando per averne, per quelle che non possono affrontare le spese di una fecondazione assistita, o per tutte quelle che non possono averne e si sono rese conto che, in Italia, ancora oggi si è degne di essere considerate donne al 100% solo se si mettono al mondo dei figli. Ma, davvero, ancora oggi possiamo pensare che le donne siano tali soltanto se oltre la carriera e la realizzazione professionale, sono anche mogli e madri?

Riflettendo su tutto, dai problemi economici a quelli sociali, passando per quelli culturali, viene davvero facile schierarsi dalla parte di tutte le donne che si sono indignate per quella disastrosa e tremenda campagna: per non parlare poi del manifesto successivo, in cui i bianchi vengono rappresentanti sorridenti e fertili e i neri protagonisti di cattive abitudini che possono provocare l’infertilità.

I motivi che giustificano la scelta delle donne di non avere figli, o di ritardare l’esperienza della maternità o di non replicarla dopo il primo bambino, sono tanti e tutti validi.

Per fortuna, però, ci sono donne che riescono ad andare oltre le mancanze di un Paese che offre, come in questo caso, ministri non all’altezza e incapaci di porre rimedio a situazioni importanti che riguardano il futuro nel nostro paese. Per fortuna, ci sono donne che, tra mille difficoltà e nonostante tutto, decidono di diventare madri, sacrificando anche le proprie ambizioni pur di compiere un gesto di puro altruismo: donare la vita a qualcun altro. Spinte da una motivazione più forte di tutte le altre: l’amore e le emozioni che riceveranno dai figli che avranno messo al mondo.