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[Viaggio tra gli umani di Chiara Lavalle] : L’Italia è diventato un paese razzista?

di CHIARA LAVALLE

L’Italia è un po’ il Paese dei paradossi. Solo la scorsa settimana siamo riusciti a dimostrare ancora una volta che teniamo più ad una nazionale di calcio anziché a nove vittime del terrorismo islamico, uccise in modo assai violento, e direi disumano, in Bangladesh. Quasi nessuno, almeno da quanto sia possibile vedere sui social, ha preferito mettere la foto dei nove italiani uccisi anziché quella di un giocatore. Pochi hanno scelto di “condividere” al posto di un commento tecnico un messaggio di cordoglio per quelle vite spezzate. Italiane, come italiani sono i giocatori di calcio. Che erano andate in Bangladesh a cercare fortuna, come spesso anche i giocatori italiani fanno, scegliendo squadre spagnole, inglesi, francesi, per poter mettere meglio a frutto il loro talento.

Non ci sentiamo feriti, come popolo, neppure se a morire ingiustamente sono nove persone, che potevano essere tranquillamente nostri vicini di casa, amici, parenti. Figuriamoci se mai potremmo prendere una posizione unanime, ferma, determinata, difronte a importanti atti di razzismo. Anzi, addirittura, se a compierli è un italiano, bianco, siamo persino disposti ad arrampicarci sugli specchi pur di scrollargli di dosso un po’ di accuse e minimizzare: preferiamo difendere uno “dei nostri” e passare per razzisti, piuttosto che prendere una posizione a favore di uno straniero e condannare la brutalità e la violenza di un italiano.

Succede in Italia, a Fermo. Un immigrato già vittima della sua stessa vita, del luogo in cui è nato, del tempo in cui è venuto al mondo, viene ucciso di botte, perché aveva provato a difendere la sua compagna dalle offese di un italiano, bianco. Anche questo sembra un paradosso: un uomo che difende la donna che ama, in un Paese che ha la media di una donna uccisa ogni due giorni da un uomo che, molto spesso, è il compagno, il marito, l’ex – quell’uomo che, appunto, dovrebbe difenderla. Non serve neppure raccontare l’intera storia di questi due ragazzi per capire quanto sia stato orribile e ingiusto questo epilogo: erano riusciti a scampare, unici sopravvissuti della loro famiglia, alla violenza e alla distruzione di Boko Haram, arrivati in Italia per iniziare una vita nuova, migliore, trovano invece ancora più sventura, questa volta letale. Sembra una beffa del destino, l’ennesimo paradosso di una storia assurda. Eppure succede: la vita ti regala una seconda possibilità, o meglio, la cerchi, la ottieni, la raggiungi, per un attimo tiri un sospiro di sollievo pensando che ce l’hai fatta, e basta incontrare un razzista di turno e non esisti più. Perché quel ragazzo che “tirava le noccioline ai negri perché era un allegrone” – come ha tenuto a precisare il fratello – è fin troppo banalmente un razzista. Non ci sono altre definizioni per descriverlo.

È razzista come lo sono tutti quelli che lo giustificano o ricercano delle attenuanti. Come lo sono quelli che continuano a raccontare l’immigrazione come “un’invasione organizzata”, solo per citare Salvini. E come lo sono pure quelli che hanno il coraggio e si permettono di chiamare “orango” un ministro della Repubblica solo perché di colore, e forse anche perché donna. Perché, in realtà, il razzismo verso chi ha la pelle di un coloro diverso è solo quello più evidente. Basti pensare ai ragazzi malmenati solo perché omosessuali, o alle donne tenute fuori dalle sedi di potere perché donne. Forme di razzismo che hanno tutte la stessa origine: l’intolleranza. Male di questa società e di questo tempo. Cancro del mondo. Che porta poi a reazioni sempre più gravi, sempre più violente, alle quali sarà difficile mettere fine, se non si inizia subito. Se non si educano i bambini, fin da piccoli, ad accettare l’altro anche, e soprattutto, se diverso.

Ma cosa possiamo pretendere da una società che elegge, quindi sceglie, persone che vivono e costruiscono la propria ascesa sull’odio? E cosa possiamo aspettarci dal futuro se gli esempi che esprimiamo oggi sono questi? Se riusciamo ad essere un Paese unito solo per una Nazionale, della quale, tra l’altro, fanno parte anche diversi giocatori di colore?

Che Paese è un Paese che non condanna questi fatti, che lascia fare, che non si ribella, che preferisce passare per razzista anziché proclamare la propria estraneità a certi fatti e a certi pensieri?

Davvero vogliamo essere identificati tutti con un Paese razzista? Se non lo vogliamo, però, dobbiamo dirlo a gran voce. E adesso.