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Non far morire i piccoli comuni per non far morire l’Italia

di Arturo Gnesi

Da alcuni anni va avanti una filosofia dominante che dal nord al sud vorrebbe la progressiva diminuzione del numero dei piccoli centri montani o rurali perché erroneamente ritenuti fonte di sprechi e di sperpero delle risorse pubbliche e di malgoverno causato principalmente dalla volontà di soddisfare gli interessi personali.

Analisi non del tutto errata e dettata da provate esperienze di malaffare e di concessioni di favori e di posti di lavoro a amici e parenti.
Con l’illusione di ridurre la spesa pubblica tagliando i poteri e le competenze dei piccoli comuni siamo arrivati al punto che diventa sempre più precario e illusorio amministrare e programmare lo sviluppo economico, sociale e culturale delle nostre comunità.
Riduzione dei finanziamenti con restrizioni severe dei bilanci previsionali, limitazioni sul settore sociale e impossibilità di dare risposte ai bisogni delle fasce sociali più deboli, mancanza cronica di risorse per interventi strutturali sui centri storici e quasi nulla per la messa in sicurezza delle strade. Abbiamo un territorio che ha bisogno di interventi per ostacolare il dissesto idrogeologico e per evitare l’esondazione dei fossi, ma non abbiamo nulla per mantenere pulito gli alvei e gli argini dei corsi d’acqua e per rafforzare ponti e muri di supporto.
I fondi di sviluppo europei costringono a fare associazioni intercomunale e alla fine se si ottiene qualche finanziamento a malapena si riesce a risanare qualche piazza o qualche fontana malandata.
Non possiamo incidere sulla pianificazione sanitaria, non rientriamo nei piani di sviluppo dell’area industriale, ammesso che ci siano ancora imprese disposte ad investire in Ciociaria, non riusciamo a far ripianare le strade provinciali che sono utili alla promozione turistica del territorio e dulcis in fundo anche sulle bellezze naturalistiche vengono attuate politiche accentratrici che tolgono potere ai piccoli comuni. Per le scuole mettono dei parametri di iscrizione studiati a tavolino che impediranno, in eterno, di avere la possibilità e la soddisfazione per i centri come Pastena, una scuola media funzionante ed orgoglio dell’intera popolazione. Ci lasciano annaspare nei problemi vecchi di vent’anni e oggi passano al setaccio tutti i finanziamenti concessi e le opere pubbliche realizzate sul territorio e in caso di assenza di qualche foglio, autorizzazione o firma chiedono la restituzione dell’intera somma, non agli impiegati pigri o ai tecnici incompetenti ma all’amministrazione in carica che rischia così di far pagare un tributo salato a tutti i cittadini.
Rimangono le sagre, le feste, gastronomia e tradizioni popolari a rendere meno amara e funesta la vita dei piccoli centri dove non è vero che la vita costa di meno o che l’orto sotto casa o il pollaio dei nonni riduce le spese familiari.
Occorre dare il giusto peso ai piccoli comuni perché già è difficile vivere in contesti con pochissime opportunità lavorative ma diventa impossibile se gli interessi e l’attenzione della politica si concentra nei grossi agglomerati urbani. La storia dell’Italia dimostra che i piccoli comuni sono l’architrave della democrazia e dell’ingegno umano e pertanto non possiamo distruggere questo immenso patrimonio culturale.