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Che cos’è il male: i punti di vista di S. Francesco, Hitler e del califfo Al-Baghdadi

Dopo aver indagato con il volume sui Santi Patroni ciociari quella che ha definito “la geografia della fede del nostro territorio”, il Sociologo Maurizio Lozzi è stato chiamato ad analizzare la banalità del male per un volume collettaneo voluto dal Centro di Psicologia dell’Arte e Psicoterapie espressive.

Uscito con il titolo “Il Male al Cinema”, il volume è curato da Paola Dei con la prefazione del Direttore Generale Cinema del MIBACT, Nicola Borrelli, e contiene saggi di diversi ricercatori, i quali facendo riferimento alle loro discipline scientifiche hanno indagato a tutto campo le espressioni del male.

Lozzi, che ha analizzato il fenomeno attraverso un articolato saggio intitolato “A volte Angeli, ma troppo spesso Demoni”, ha raccolto l’apprezzamento dei colleghi partendo da una semplice domanda: “Tutti noi definiamo il male allo stesso modo? Si o no?”.

Da qui lo sviluppo dell’analisi sociologica sull’argomento che ha confrontato espressioni del male recenti come quelle del califfo Al-Baghdadi, dell’autoproclamato stato islamico o quelle dei poliziotti americani che si lasciano andare a “incidentali” omicidi di stampo razziale, fino a domandarsi cosa fosse il male per Francesco d’Assisi e persino per Hitler.

Lozzi ha messo in evidenza che “tutto ciò che chiamiamo male si modifica sempre e a seconda della posizione in cui ci troviamo rispetto agli altri”.

Non a caso, ribadisce il Sociologo “i nostri atteggiamenti, le nostre valutazioni, o meglio quella che sociologicamente chiamiamo la nostra personalissima ‘scala dei valori’, cambia continuamente, e nella stessa misura evolve il concetto di male” che, precisa “non può essere affatto ritenuto banale, ma invece relativo e mutevole”.

La chiave di lettura apprezzata del nuovo lavoro editoriale di Lozzi, che a proposito di banalità del male ha analizzato la figura del criminale nazista Otto Adolf Heichmann, è “che il male non è mai ‘radicale’, ma esclusivamente estremo”, quasi fosse “come un fungo che può invadere e devastare tutto il mondo, perché sfidando il pensiero cresce in superficie”.

È, infatti, nella capacità di sviluppo del pensiero che il nostro sistema sociale, oggi troppo narcotizzato da tecnologie invasive, deve ritrovare le sue radici, perché il pensiero “non cresce, né si sviluppa in superficie” ma si alimenta nella profondità, dove integrale esiste il bene.