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Alberta Levi è morta. Il suo testamento spirituale: la memoria del 5 giugno 1944

Alberta Levi Temin è scomparsa qualche giorno fa.

Nata a Guastalla, nel 1919, aveva trascorso la propria infanzia e giovinezza a Ferrara, dove aveva insegnato alla scuola ebraica. Fuggita a Roma con la famiglia, in seguito all’occupazione tedesca, riuscì a scampare alla deportazione del 16 ottobre, che non risparmiò invece la componente romana dei suoi famigliari, ai quali aveva voluto dedicare delle pietre d’inciampo, davanti alla loro casa di Via Flaminia.
Si è stabilita a Napoli dopo la guerra. Ha avuto cinque figli, dodici nipoti, ventitre bisnipoti.

Il Progetto Memoria la ricorda, pensando al suo entusiasmo e alla sua forza nel comunicare con i ragazzi delle scuole, inviandovi questo suo contributo sulla liberazione di Roma, inserito in: “1939-1943. Dalla vita quotidiana alla Storia”, (pubblicazione realizzata nel 2010, con il contributo dell’Assessorato alle Politiche della Scuola della Provincia di Roma)

 

Roma, 5 giugno 1944

di Alberta Levi Temin

Desiderate sapere le mie emozioni provate il 5 giugno 1944 a Roma? Peccato non averle scritte quella sera stessa, nella camera da letto delle maestre della Pro Infanzia Romana,  Lungotevere Sanzio n. 11. Condividevo la camera con la mia carissima cugina Luciana Bassi, oggi ricordata come Luciana Sullam,  cognome assunto  nell’autunno del 1945, dopo il matrimonio con Renzo. Eravamo le  insegnanti: due in un’ unica aula che accoglieva cinque classi elementari. Non ricordo esattamente quanti erano gli alunni, certamente più di 40, forse 50. Fra gli alunni della V elementare c’era mio cugino Roby Bassi, fratello di Luciana. Aveva 12 anni, aveva già frequentato a Venezia  la II ginnasio, ma per poter essere accolto nell’istituto fu iscritto alla V elementare.  Naturalmente eravamo tutti e tre con carte di identità false, ma la  direttrice sapeva la situazione, anche se non aveva voluto conoscere i nostri veri nomi, nel timore di poterli rivelare sotto tortura.  Nell’Istituto c’erano altre persone nascoste, ebree e non, perciò le insegnanti dovevano essere persone che sicuramente non avrebbero fatto la spia; poi, data l’anomala situazione, non  era neppure necessario dare loro uno stipendio.

Sono trascorsi 66 anni, io allora ne avevo 24. La mia mente oggi è ancora lucida e le molte emozioni provate all’arrivo degli Alleati a Roma,  non si sono cancellate.  Quel 4 giugno alle ore 11,30, come ogni mattina, sospendevamo le lezioni e accompagnavamo i ragazzi nel cortile per l’ora all’aria aperta, per giocare in libertà. Si udivano in lontananza rumori di aerei, ma i palazzi che circondavano il nostro cortile non ci permettevano un ampio spazio di veduta. Ad un tratto  da una finestra del  II piano  si affacciò la direttrice  che, a gran voce, ci intimava di rientrare immediatamente in casa. Facemmo appena in tempo: passò un aeroplano bassissimo e due spezzoni di mitraglia caddero nel cortile…     La “Mammina”, così si faceva chiamare la direttrice, aveva osservato sul Lungotevere Sanzio una fila di carri armati tedeschi  che lentamente si dirigevano verso il Nord. Ad un tratto, al rumore lontano degli aerei che volavano a bassa quota, i soldati  fermarono i loro mezzi, scesero e con destrezza vi si nascosero sotto.  La Mammina comprese da quella manovra il pericolo incombente e ci salvò.

La giornata fu lunga ,interminabile. Capivamo che forse la libertà era in arrivo, ma non osavamo neppure  sperare. Non poter avere notizie dei nostri cari era insopportabile. Luciana ed io pensammo che forse la cosa più saggia era far cantare i ragazzi , per non ascoltare i rumori che venivano dalla strada, per cercare di distrarci.

Fu solo a notte inoltrata che le truppe alleate giunsero sotto le nostre finestre.  Sentimmo Luciana ed io dapprima un brusio insolito, poi  qualcuno che, quasi timidamente, batteva le mani.  Ma l’istituto era silenzioso, Mammina chiusa nel suo appartamento, i bambini dormivano nelle loro camerate.  Con molta cautela aprimmo la finestra, cosa proibita durante le ore notturne perché vigeva il coprifuoco: di fronte avevamo la porta d’ingresso della scuola elementare ebraica, sormontata dalla scritta in ebraico e in italiano:” Solo il giusto entrerà”. Quante volte l’abbiamo letta, con una indicibile commozione interna. Ma quella notte non ci soffermammo, spingemmo lo sguardo a sinistra sul Lungotevere e, pure nel buio,  comprendemmo chequei carri armati che avanzavano erano diversi da quelli che conoscevamo, questi ci portavano la libertà.  Il sonno se n’era andato, avremmo voluto condividere le nostre emozioni , prima di tutti con Roby, ma la casa dormiva e non osammo aprire la porta della nostra stanza. Il mio primo pensiero fu per la mia Mamma. Era mancata esattamente due mesi prima, di malattia, in una camera singola piena di sole dell’Ospedale dell’Addolorata, con attorno il marito, le tre figlie, la sorella Lina; curata come meglio non si poteva, in un letto con le lenzuola pulite….

Il 16 di ottobre era stata arrestata in Via Flaminia 21 e la sorella  Alba la salvò spingendola nel gruppo dei cattolici di matrimonio misto, a Roma nessuno la conosceva . Ben altra fine le sarebbe stata riservata; questo pensiero mi sostenne quel giorno, ma la notte fra il 4 e il 5 giugno potei dare sfogo alle mie lacrime represse: Mamma non era con me per assaporare insieme la libertà riconquistata.  La vita per me sarebbe ricominciata, via le carte false, via le menzogne sostenute per tanto, troppo tempo, via la PAURA con tutte le lettere maiuscole.  Con dignità avrei finalmente  detto a tutti che il mio nome era Alberta Levi  ed ero ebrea.

In: “1939-1943 Dalla vita quotidiana alla Storia”, pubblicazione realizzata con il contributo dell’Assessorato alle Politiche della Scuola della Provincia di Roma, a cura di L. Di Ruscio, R. Gravina, E.Modigliani, S. Terracina, Roma, 2010, pp. 43-44