Home Rubriche La lezione di Felicia Impastato ancora “parla” ai giovani

La lezione di Felicia Impastato ancora “parla” ai giovani

“Picciotti, la mafia non si sconfigge con le pistole, ma con i libri” – Felicia Impastato

La scorsa settimana Rai1 ha mandato in onda la storia e la vita di una donna, e una mamma, esemplare, diventata famosa suo malgrado: Felicia Bartolotta, conosciuta ai più come Felicia Impastato. Questa donna è divenuta popolare perché dal 9 Maggio 1978 – giorno in cui suo figlio Peppino è stato ucciso – fino alla sua morte avvenuta nel 2004, ha condotto una battaglia quotidiana e continua per ottenere giustizia per l’uccisione di quel figlio che tutti volevano far passare per un terrorista.

Felicia, nonostante il dolore per il figlio ucciso a soli 30 anni, infamato, calunniato e maltrattato, ha avuto la forza e il coraggio di denunciare, guardare in faccia il boss che aveva ordinato l’uccisione di suo figlio, portarlo in tribunale e accusarlo davanti a tutti, col rischio, come spesso accade a chi denuncia, di subire pressioni o intimidazioni. Ma Felicia non può pensare e chiudersi alla paura: sa che il figlio combatteva, quotidianamente, contro la mafia e tutto ciò che quel “sistema” aveva prodotto nel suo paese. Sperava di poterlo cambiare e voleva farlo. Proprio quell’anno aveva deciso di candidarsi alle elezioni comunali come consigliere, verrà votato da un paese intero, ma non riuscirà mai a svolgere quell’incarico: viene ucciso con una carica di tritolo la notte tra l’8 e il 9 Maggio del 1978.

La Magistratura, le Forze dell’ordine, e finanche la stampa cercano di infangare in ogni maniera il nome di questo giovane ragazzo che avrebbe potuto fare molto per il suo piccolo paese e per l’Italia intera. Felicia Impastato, nonostante l’età che avanza, il dolore e la tristezza per la morte di un figlio, non si rassegna: crede che, prima o poi, riuscirà ad ottenere Giustizia. E mai perderà, nel corso della sua vita, la speranza e la determinazione per arrivare fino alla fine, fino alla condanna dell’assassino. Più volte i fascicoli dell’indagine sull’attentato a Peppino vengono messi da parte, nascosti sotto altri faldoni, trascurati. Ma Felicia non si rassegna mai. Finalmente nel 2001, ottiene Giustizia per suo figlio, ma soprattutto per quegli ideali che lo avevano contraddistinto e, in qualche modo, condannato a morte: il boss che aveva ordinato la sua uccisione viene condannato all’ergastolo.

Contemporaneamente alla battaglia legale, Felicia ha portato avanti una battaglia molto più importante, per la collettività, per tutti. Decise da subito di aprire le porte della propria casa a chiunque avesse voluto conoscere la storia di suo figlio. Era consapevole del fatto che il messaggio, la testimonianza, la storia di Peppino fossero armi molto più potenti e utili delle pistole nella lotta alla mafia. Sapeva che la vendetta consumata con le stesse armi di chi aveva ucciso suo figlio non avrebbe prodotto gli stessi effetti della cultura, della conoscenza, dell’educazione ai principi di giustizia e legalità: la vendetta violenta si esaurisce velocemente, il pensiero e gli ideali, se diffusi e radicati, possono durare molto di più. Sapeva che, in quanto mamma di Peppino Impastato aveva il dovere morale di diffondere e trasmettere a tanti, soprattutto ai più giovani, quei principi che avevano reso il figlio una persona da eliminare, perché fastidiosa, perché scomoda. Sapeva che tutto questo era possibile non solo attraverso i racconti diretti – i suoi e quelli di chi aveva collaborato con Peppino – ma anche, e forse soprattutto, attraverso l’istruzione, l’educazione, la cultura e i libri. Aveva visto Peppino studiare e leggere giorno e notte. Sapeva che la sua coscienza critica e morale si era formata attraverso gli studi, attraverso tutti i libri letti, attraverso la lettura di giornali, saggi, articoli.

Sapeva, insomma, che se Peppino era diventato un combattente e un nemico della mafia, lo doveva, soprattutto, a quelle ore passate a studiare il mondo e che, quindi, gli avevano permesso di conoscere altre realtà, di poter ragionare e guardare con occhio distaccato e critico ciò che accadeva nel suo paese: tutte quelle letture gli avevano insegnato a distinguere il Bene dal Male. Ed è questa la potenza dei libri, della cultura, della conoscenza: trasmettere storie, testimonianze, esempi, messaggi, aprire la mente e insegnare a confrontare la realtà che viviamo con le altre, per saper riconoscere pregi e difetti dell’ambiente che frequentiamo. E Felicia Impastato lo aveva capito. Sebbene la forza della conoscenza, indirettamente, avesse condannato suo figlio alla morte, era consapevole del fatto che solo attraverso la cultura, un giorno, la Mafia, la violenza, la corruzione, avrebbero subito una sconfitta, seppur non ancora definitiva.

La vita di Peppino e quella di sua mamma Felicia, come le storie di tutti quelli che, purtroppo, sono diventati vittime perché hanno svolto il loro lavoro con onestà, serietà e professionalità, ci consegna un messaggio bello e impegnativo: il pensiero di poter rispondere alla violenza con altra violenza non costruisce nulla di buono e di nuovo, ma distrugge sempre, chiunque sia a praticarla e per qualsiasi motivo lo faccia.

Si può e si deve, però, trovare il modo di portare avanti le idee di tutti quegli uomini che hanno scelto, rischiando, di stare dalla parte dei giusti: trasmettere le loro testimonianze e diffondere le loro storie, attraverso la lettura di libri, articoli, racconti, è il modo più semplice, e forse più efficace, per non rendere vani i loro sacrifici.