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CI SIAMO RASSEGNATI ALL’ORRORE [Viaggio tra gli umani di Chiara Lavalle]

di Chiara Lavalle

Ci siamo rassegnati. E’ questo quello che sembra emergere dalle reazioni all’attentato di Orlando. Sono state uccise 50 persone e altrettante sono state ferite da un unico attentatore, forse affiliato dell’ISIS. Eppure sembra che, ormai, non ci interessi nemmeno più a chi appartengano o da chi siano mandati gli esecutori delle stragi, quasi come se uno valesse l’altro, o come se ogni motivazione o principio che li spinge a uccidere o distruggere luoghi e vite fosse uguale o poco importante. Quello che più mi ha stupito, però, è stata la totale mancanza di reazioni da parte dell’opinione pubblica italiana o europea.

Nessuna condanna esplicita da parte dei leader politici europei, nessuna fiaccolata organizzata in onore delle vittime, nessun summit urgente per discutere, ancora una volta, di improbabili e impossibili soluzioni al problema del terrorismo. Perché, anche se non sono stati ancora accertati i rapporti tra l’attentatore, Omar Mateen, e lo Stato islamico, alla base di questo attacco c’è pur sempre una forma di estremismo, colonna portante del terrorismo e di ogni organizzazione che punta a distruggere e annientare le diversità che non si riescono a concepire e, quindi, ad accettare. Non a caso, le vittime appartengono tutte ad una minoranza che ancora oggi, per una determinata parte della società, è inaccettabile. Quelli ad essere colpiti, in questo caso, sono stati, infatti, gli omosessuali. Non voglio neppure pensare che la poca risonanza in questa nostra parte di occidente, sia dovuta al fatto che, appunto, le vittime fossero tutte omosessuali. Non voglio pensare che la morte, a seconda delle persone che interessa, abbia una valenza o un’importanza diversa. Al contrario, spero che questo disinteresse sia dovuto non solo al fatto che, in qualche modo, ci stiamo abituando sempre di più a queste notizie: non ci impressionano o scandalizzano più i numeri delle vittime o dei feriti e nemmeno, infine, le motivazioni o le ragioni alla base di gesti così vili e riprovevoli. Ma mi auguro anche che in Europa questo fatto abbia avuto poca risonanza perché siamo distratti dagli europei, dal caso Brexit o, come in Italia, dalle elezioni amministrative e dalle vicende politiche di casa nostra. O, ancora, che come gli attentati che succedono in Medioriente, essendo più lontani da noi, ci sentiamo meno in dovere di parlarne, di preoccuparci o di mostrare solidarietà. Eppure l’America per molti italiani è diventata patria, casa, rifugio. Non dovrebbe nemmeno essere necessario dire che tra quei ragazzi ci potevano essere nostri amici o parenti, o anche noi stessi. Non serve neppure ricordare che fatti di questo tipo, sono quasi all’ordine del giorno, ovunque nel mondo, e potrebbero accadere anche qui, da un momento all’altro.

Non dovrebbe essere necessario ricordare tutto questo. Eppure, a quanto pare, viste le non-reazioni, il disinteresse mostrato dai più, è necessario e doveroso far capire che ogni gesto di questo tipo è da condannare, sempre. E, forse, con ancora più forza se vengono colpiti quelli già discriminati, etichettati per i loro orientamenti sessuali, talvolta maltrattati e uccisi da chi non è abituato ed educato alla cultura del “diverso”.

In questo caso, poi, essendo negli Stati Uniti d’America, al problema del terrorismo e dell’omofobia, si somma anche quello del possesso delle armi. Troppo facile procurarsele e tenerle. Troppo facile reperire armi di distruzione di massa, troppi pochi controlli e troppe armi in circolazione per un Paese che si definisce civile e che però permette, troppo spesso e a troppe persone, di eseguire una giustizia fai da te, e di uccidere anche accidentalmente – basti pensare a tutti i casi in cui le pistole o i fucili sono arrivati nelle mani dei bambini.

Perché, allora, ci indigniamo per giorni e su ogni piattaforma possibile per Parigi o Bruxelles? Perché siamo pronti a condannare chiunque sia responsabile di un bambino morto su una spiaggia e, poi, quando ad essere uccisi sono 50 omosessuali continuiamo a giocare l’europeo senza nemmeno un minuto di silenzio a loro dedicato? Come possiamo essere così indifferenti, girarci dall’altra parte e continuare le nostre vite come se nulla fosse accaduto? Davvero, dentro di noi, esiste la convinzione che la morte di uno studente al Bataclan o di una mamma a Bruxelles valga di più di quella di un omosessuale ucciso in un locale a Orlando, in Florida?

Come possiamo sperare di sconfiggere il terrorismo, o quantomeno di combatterlo e circoscriverlo, se siamo i primi ad essere estremisti, se non proviamo neppure dispiacere per delle vittime innocenti perché gay e, quindi, meno meritevoli di compassione, solidarietà, difesa?