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Dante, la Ciociaria e il Cassinate

di Benedetto di Mambro

Il 2021 è l’anno di Dante. Il Sommo Poeta viene celebrato quest’anno in occasione del settecentesimo anniversario della sua morte avvenuta il 14 settembre 1321 a Ravenna. Tutti sappiamo della sua  “Divina Commedia” ma poco o nulla ci si è soffermati sinora sul legame di diversi Canti del poema con la Ciociaria e in particolare con il Cassinate. Sorvolo su Monte Cacume, presso Patrica in quanto non chiara è l’interpretazione, ma sono ben chiari e noti i riferimenti a Ceprano e al fiume Liri, che Dante  chiama “il Verde”, per il giuramento di fedeltà, nel 1254, di Manfredi di Svevia a papa Innocenzo IV lì avvenuto, come si legge nel Canto XXVIII dell’Inferno, e quindi Anagni, nel Canto XX del Purgatorio, per il famoso oltraggio, passato per “schiaffo”, di Sciarra Colonna a papa Bonifacio VIII nel 1304. Dante Alighieri molto probabilmente non aveva mai visitato queste terre men che meno il Cassinate ma dimostra di conoscerle bene attraverso le cronache del suo tempo e la lettura dei “Dialoghi” di Gregorio Magno e della  “Lectura super apocalycsim” del monaco francescano Pietro Giovanni Olivi, suo contemporaneo, che ben conosceva Montecassino di cui nel 1298 descrive la decadenza.  Dante iniziò a scrivere il suo Poema nel 1307 e cioè appena dieci anni dopo.  Il Poeta fiorentino, riprendendo quanto dice l’Olivi circa la decadenza morale in cui versava il monastero, ne parla nel Canto XXII del Paradiso facendolo dire a San Benedetto. Quando il Santo dice “la regola mia resta a danno delle carte” non si riferisce ad una eventuale abbandono della biblioteca ma bensì all’abbandono della sua Regola che era scritta su quelle carte. Nulla a che vedere, dunque con la biblioteca chiamando in causa persino Giovanni Boccaccio che visitò il monastero fra il 1349 e il 1352, in cerca di documenti umanistici e, tramite Benvenuto da Imola e Jacopo da Pignataro, parla della biblioteca in stato precario: proprio nel 1349 c’era stato un violento terremoto che, dall’Abruzzo, aveva devastato anche il cassinate e Montesassino. Tornando a parlare di Dante, va detto che il Poeta fiorentino ben localizza il monastero scrivendo  “quel monte a cui Cassino è nella costa” ripetendo le parole di Gregorio Magno quando nei suoi Dialoghi scrive “Castrum namque, quod Casinum dicitur, in excelsis montis latere situs est” e cioè “la città, che è chiamata Casinum, è situata su un lato dell’alto monte”. La frase è ben precisa e non da adito a nessuna confusione. La “Casinum” di Gregorio Magno era ancora quella attorno al Teatro Romano e Dante si riferisce sicuramente a quella “Cassino”. Dato che nel 1300 la nuova città era da circa cinque secoli abbarbicata attorno alla Rocca Janula, sul lato opposto dell’antica città romana, se Dante avesse visitato veramente queste terre si sarebbe espresso ben diversamente. Il fiume Liri, che Dante chiama ancora “il Verde”, ritorna nel Canto III del Purgatorio. E’ sempre Manfredi di Svevia che qui parla della sua morte nella battaglia di Benevento del 1266 contro gli Angioini e delle sue spoglie che l’Arcivescovo Bartolomeo Pignatelli non volle sepolte nel proprio territorio e anzi ordinò che le ossa fossero sparse al di là del Liri, fuori dai confini del Regno di Napoli e non troppo vicine a quelli dello Stato Pontificio:  “Or le bagna la pioggia e move il vento di fuor dal regno quasi lungo ‘l Verde”. Data la più vicina distanza da Benevento, dovrebbe sicuramente trattarsi dell’agro cassinate, sulla sponda destra del Liri-Garigliano, fra il territorio interamnate e quello di Pontecorvo. La decisione dell’Arcivescovo, di parte angioina, scaturiva da un paio fattori: il primo è che Manfredi, figlio dello scomunicato Federico II di Svevia e Re di Napoli e di Sicilia, era stato anch’egli scomunicato da ben tre Papi, pur dopo il giuramento a papa Innocenzo IV, per via delle sue relazioni politiche con le colonie arabe del Mezzogiorno e egli stesso Re era di Napoli dalla morte del padre. Il secondo è che la Chiesa aspirava da sempre ad avere influenza sul Regno napoletano e quindi all’epoca vide nel cattolico Carlo d’Angiò  il Sovrano giusto per il Regno di Napoli che potesse sostituire un ingovernabile spirito libero come Manfredi. La tradizione corrente, da secoli, vuole che le ossa di Manfredi riposino nella chiesa di Sant’Arduino a Ceprano essendo state raccolte, si dice, proprio in quei dintorni. Mi permetto di dire che questa narrazione non mi convince. Perché partire da Benevento e andare a spargere quelle ossa in luogo così lontano come quello di Ceprano per di più non molto distante dal Soglio Papale? Più vicino ai confini napoletani il tratto di fiume nel cassinate e ancor più lontano da Roma! Che poi si voglia sottolineare che in effetti un legame c’è fra Manfredi e la città di Ceprano, se non altro perché proprio lì lo Svevo, seppur scomunicato, aveva giurato sottomissione a papa Innocenzo IV, è altra cosa.