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‘Il gran rifiuto’ fu di Celestino V o di Ponzio Pilato?

E se il protagonista del canto terzo dell’Inferno non fosse non fosse Celestino V, ma Ponzio Pilato? La tesi, piuttosto convincente e d’altra parte asserita già da molti autori importanti, è ora dimostrata dall’editore e scrittore Amerigo Iannacone nel suo ‘Foglio Volante’ di settembre, appena dato alle stampe.

amerigo iannacone

di Amerigo Iannacone

PILATO E IL GRAN RIFIUTO

«Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto.» scrive Dante nel terzo canto dell’Inferno, vv. 58-60.

Ma chi è l’uomo del «gran rifiuto»? Per sette secoli la maggior parte dei commentatori vi ha ravvisato Celestino V. E cosí per sette secoli è stata commessa un’ingiustizia se non un’infamia, perché sembra proprio che non si tratti di lui.

Giovanni Pascoli nel libro Sotto il velame. Saggio di un’interpretazione generale del poema sacro, pubblicato a Messina nel 1900, poi ristampato prima nel 1912, e poi nel 1952, sostiene che in realtà l’uomo del gran rifiuto è Ponzio Pilato.

ponzio pilatoPilato si lava le mani in merito alla condanna o meno di Gesù

Autori importanti hanno accolto la tesi che si tratti di Pilato. In particolare, Giovanni Iannucci, illustre dantista abruzzese, su quei due versi, «vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» ha pubblicato cinque libri: Il gran rifiuto (Lumen Vitae, 1959/1961); L’ombra di colui (Arcobaleno, 1969); Vidi e conobbi. Osservazioni su la Divina Commedia (Forni, 1970. pag. 230); Pilato l’ignavo – esegesi evangelico-dantesca (Forni, 1974); La dottrina che s’asconde – nuova radicale indagine dantesca (Italica, 1980). I libri, esauriti, sono ormai reperibili in qualche biblioteca o in qualche libreria antiquaria.

A leggere i libri di Iannucci si finisce inevitabilmente per sposare la sua tesi. Provo a fare qualche considerazione.

1) Non è ammissibile una perfidia tale da parte di Dante da avergli fatto collocare all’inferno Celestino V solo perché, – come alcuni sostengono – a causa della sua abdicazione, era salito al soglio pontificio Bonifacio VIII, che certo Dante non amava.

2) Dante dice «vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto», non dice «vidi e riconobbi». Cioè: ebbe modo di conoscere. Ma già conosceva Celestino V e avrebbe dovuto scrivere “riconobbi”, come nel verso precedente dice «Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto».

3) È possibile parlare di “viltade” a proposito della rinuncia di Celestino V? In realtà egli dimostrò grande coraggio, sia opponendosi a una Chiesa secolarizzata, sia trasferendo il papato a Napoli. E anche tornando a fare l’eremita sul Monte Morrone, e rinunciando quindi a ogni privilegio.

4) Sembra anche che Dante abbia scritto quelle pagine dell’“Inferno” nei primi anni del XIV sec. quando Celestino V era stato già beatificato – con il nome di San Pietro Celestino – e non è credibile che il Poeta, sempre in linea e rispettoso della Chiesa, collocasse all’Inferno un santo.

5) Quello di Celestino V non fu un “rifiuto”, ma caso mai una “rinuncia”. Rifiuto sarebbe stato se non avesse mai accettato l’elezione a papa.

6) Gli ignavi sono gli sconosciuti di Dio, sono i miscredenti, sono gli atei e peccatori non battezzati di tutti i tempi. È il posto degli atei che non avendo avuto durante la loro esistenza speranza di vita in Dio, non hanno, per contrappasso, speranza di morte nel vestibolo. Altrimenti gli atei nella Commedia mancherebbero. E non Celestino V potrebbe certo stare tra gli atei.

7) Dante scrive “IL” gran rifiuto, con l’articolo determinativo e non “un” gran rifiuto, con l’articolo indeterminativo. “Il gran rifiuto” perché unico e irripetibile. Si allude infatti a Pilato, che si rifiutò di giudicare Gesú, rifiuto unico e irripetibile. Una rinuncia al papato si può sempre ripetere. E si è ripetuta infatti con Benedetto XVI.

8) Nella Commedia non si parla mai di Pilato (a parte una citazione a proposito di Filippo il Bello, definito “il Nuovo Pilato”, Canto XX del Purgatorio): è mai possibile che Dante si sia dimenticato di Pilato? Un personaggio ineludibile, tanto che lo si cita anche nel Credo. Mentre nell’opera non sono stati dimenticati altri personaggi del processo a Gesú, come, nel canto XXIII degli Ipocriti, i sacerdoti Anna e Caifa.

Ecco, sarebbe ora di rendere giustizia a un grande uomo, un grande santo, come Celestino V, e quindi anche a Dante stesso.