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Cassino non dimentica Nicholas Green

Nicholas Green

C’è un monumento in una piazza della città di Cassino formato da sette “parti”, voluto da Giuseppe Sebastianelli, che si è occupato anche di farlo realizzare e di concedere la cittadinanza onoraria al padre. Sette come le sette note musicali che compongono la pietra musicale in marmo di Coreno, per ricordare Nicholas Green, il bambino americano rimasto ucciso durante una rapina mentre era in vacanza in Italia con la sua famiglia, il 29 settembre 1994 e morto pochi giorni dopo, il primo ottobre. Quella piazza porta anche il nome del bambino, sempre per iniziativa di Giuseppe Sebastianelli.

Sette erano anche lai anni che aveva quel bambino. Sette come gli organi che i Green decisero di donare ad altrettanti italiani.

Riproponiamo un articolo di Chiara Lavalle che lo descrisse con queste parole:

Non è mai giusta la morte, men che mai quando a morire è un bambino e, oltretutto, “per sbaglio”. Che vuol dire morire per un errore? Sembra assurdo, ma a volte il destino può essere crudele: basta trovarsi nel luogo sbagliato, al momento sbagliato e la propria vita finisce in un attimo. Per errore.

Quanta rabbia può suscitare una morte di questo tipo? E quanta disperazione? Quanto dolore, quanta sofferenza? Pensare che il proprio bambino di appena 7 anni sia morto per uno strano “scherzo” del destino, è difficile – impossibile direi – da comprendere, da razionalizzare. Inaccettabile.

Però c’è sempre un modo per trovare un senso – ammesso che la morte di un bambino di 7 anni possa averne – una ragione, un motivo alla morte. Un modo, insomma, per rendere un po’ più accettabile un’ingiustizia. E non sempre è quello di ricercare un colpevole, puntare il dito contro qualcuno o prendersela con tutto il mondo. I genitori di Nicholas ci hanno insegnato che c’è un modo molto più serio e importante per rendere una morte un po’ più utile, giusta, un po’ meno vana. Un modo per non diventare egoisti e chiudersi nel proprio dolore in cerca di una vendetta. Loro, nel 1994, ci hanno mostrato come da una morte, dalla fine di una vita, possano iniziarne tante altre. Hanno fatto una scelta, per alcuni ovvia e scontata, per altri, invece, un po’ meno condivisibile. Nel momento in cui hanno provato il dolore più forte e intenso della loro vita, non hanno pensato a loro, ma a cosa potevano fare per gli altri. Non hanno pensato a ricevere fiori, condoglianze o supporto, hanno scelto di dare, e non di avere: avevano perso un figlio, e loro hanno scelto di donare parti di quel piccolo corpo senza vita ad altri, affinché potessero continuare a vivere grazie a Nicholas. Con il loro gesto di altruismo, condivisione, generosità, non solo ci hanno fatto vedere che il dolore si può trasformare in forza, che la morte si può trasformare in vita, che un lutto può essere, talvolta, sinonimo di speranza, che si può essere sensibili e attenti ai bisogni degli altri anche quando, al contrario, le attenzioni e il supporto si dovrebbero ricevere anziché dare; ma ci hanno mostrato, soprattutto, quanto sia semplice e naturale donare, anche se ci è stato tolto. Hanno dato, senza ricevere nulla indietro, anzi è come se avessero donato due volte il proprio Nicholas: lo hanno perso una prima volta con la morte e una seconda volta regalando ad altri parti di lui. Erano consapevoli di un fatto: Nicholas non era più dentro quel corpo, quelle braccia, quelle gambe, quegli occhi non erano più suoi, al loro bambino non servivano più, non poteva più usarli. Ad altri, invece, sarebbero stati utili: ad alcuni avrebbero ridato la vista, ad altri avrebbero ridonato, letteralmente, la vita. Un bambino che, con la sua morte, ha dato la vita, una speranza, una nuova possibilità, a 7 persone.

Loro indietro non hanno avuto solo riconoscenza e gratitudine dalle sette persone che hanno ricevuto gli organi del proprio bambino, ma attraverso la loro scelta hanno gettato le basi per una vera e propria cultura della donazione di organi. Infatti, il loro piccolo grande gesto ha ridato la vita anche a tutte quelle persone che, successivamente, grazie all’esempio di Nicholas hanno ricevuto un organo in donazione da altre. Perché la grandezza di Nicholas e dei suoi genitori non sta solo nel gesto che hanno scelto di fare e compiuto in quei giorni, ma sta, soprattutto, nell’effetto che quel semplice dono ha provocato: dopo questa vicenda le donazioni di organi, in Italia, sono triplicate.

Oggi, intorno al tema della donazione di organi si percepisce una sempre più crescente sensibilità. Mi capita di conoscere persone che la ritengono una scelta ovvia, una strada da percorrere senza pensarci due volte, considerano assurdo il contrario, dicono “a che ci servono gli organi dopo la morte?”. Al di là delle proprie convinzioni etiche, religiose o culturali, l’unico principio che dovremmo seguire per scegliere di donare gli organi è quello di rendere utile la propria morte, affinché parti del nostro corpo – un corpo che integro non serve più, non è più utile – possano ridare la vita ad altri. Possiamo fare qualcosa per chi ne ha bisogno anche non essendoci più. Donando, non solo facciamo in modo che parti di noi possano vivere ancora ma permettiamo, soprattutto, a chi è in difficoltà di riavere una vita.

Sono piccoli e semplici gesti che possono produrre grandi risultati. Donare gli organi è una scelta giusta, valida, da fare, perché ridare la vita a qualcuno è uno dei pochi modi che abbiamo per rendere la morte di una persona un po’ più facile da accettare.